Rione “Santa Lucia” – 2005 - PRESENTAZIONE
SPAUDO DOUBLE OCCITAN
Storia
La lunga e turbinosa Guerra dei Trent’anni (1625) infuriò, sulle nostre terre, sopr'a tutto come feroce contrasto tra le milizie franco-piemontesi e quelle ispano-genovesi, il che generò per la nostra gente, neutrale per natura, periodi di calamità, razzie, ladrerie e ammazzamenti. Si alternavano, quindi, periodi d’aperta ostilità e rappresaglia con i confinanti, a periodi di pace e rispetto reciproco, nei quali i casati dominanti, attraverso sponsali ben congegnati, univano le loro fortune e destini.
Il popolo, come sempre, soffriva nei periodi d’ostilità e gioiva in quelli di pace…
Ambientazione
Il Rione SANTA LUCIA, nell’ambientazione di quest’anno, rappresenta la cerimonia dello “spaudo”, antica usanza della nostra gente, di quell’occitana, e giù giù sino alle terre di Provenza, secondo la quale i “forestieri”, che s’accasavano con ragazze del posto, portandole via ai giovanotti locali, dovevano versare loro un ricco riscatto.
L’occitano Visconte Pietro Lascaris di Castellar, miracolosamente sfuggito con il fido scudiero a sicura morte in battaglia, riparò stremato tra le povere case di Maberga; quivi una nobile tabiese, di nascosto dal padre, lo curò, lo rifocillò, lo mise in condizione di riprendere la via di Francia.
Naturalmente tra i due giovani sbocciò un tenero idillio, esattamente duplicato da quello tra il suo fido scudiero e l’ancella della marchesina.
La rappresentazione coglie il momento dell’arrivo in Tabia della delegazione occitana, pervenuta ufficialmente a chiedere la mano della marchesina e pagarne lo “spaudo”, per celebrare, in un tripudio di popolo, l’eterno tema della riappacificazione tra i popoli.
Corteo Storico
Un gruppo selezionato dell’ambientazione partecipa alla processione del pomeriggio:
- Il Marchese Giovanni Curlo, con la Marchesa Eleonora Borea D’Olmo e la figlia Margherita, (promessa sposa), il Monsignore di casa Curlo, il Gran Priore dell’antica Confraternita di Santa Lucia, il Cintracus, il Maestro delle Cerimonie, rappresentanti delle famiglie nobili tabiesi con il loro seguito di valletti e varia servitù;
- Il Visconte di Castellar col suo seguito di cavalieri, dame, compagni d’arme e cantori.
- Vari personaggi del popolo: oste e aiutanti, lavandaie, bambini…
Partecipazioni
Con la partecipazione attiva:
· della “Ensemble Mescladi” de la Vallée du Paillon (Nizza);
· e del Coro delle Mamme Canterine di Ceriana.
PRIMO QUADRO: IL LAVATOIO
(Taggia 1628 - Scena classica di lavandaie che mentre lavorano, se la contano… e cantano, alternando strofe di una canzone popolare ai soliti “ciapetti” da lavatoio, nei quali si tagliano e cuciono i panni addosso a tutti…
Intorno al lavatoio scene di vita popolare a piacere.
Il canto delle lavandaie ha il compito di attirare e concentrare visitatori, e i dialoghi quello di introdurre all’idea che è da poco finita una guerra tra i “signori”, con tutte le sue pesanti eredità per il popolo, che da sempre solo ne subisce le conseguenze …)
CORO “SPONTANEO” E INFORMALE DI LAVANDAIE
O bele done, se avei de figlie,
ai caregai nu staireghe a dà,
piglian ina scarpa, ghe scapa u martellu,
o che servelu che u g’ha u caregà.
O bele done, se avei de figlie,
ai müratèi nu staireghe a dà,
veden ina dona, ghe scappa la müra,
che testa düra che ha u müraté.

MAIETTÌ
(rivolgendosi alla vicina comare, che sta strizzando i panni)
Per piacere, Giuané, tu che hai già finito, ti me présti ina pegliura de savùn, che la mia a l’è ormai tantu cianela che non ce la faccio manco più a tenerla in mano… Cuscì a fegnisciu de lavà ‘stu ürtimu strufügliu e mi ritiro fia mì…
GIUANÉ (passandole il sapone…)
Tienilo pure, Maiettì, che intantu u l’è l’urtimu tocco de savùn fia per mì! Tanto. bisogna che domani lo vada torna ad accatare… Da candu u lè fegnìu a ghèra, u savun u nu rènde ciü cum’in vièggiu…
MAIETTÌ (ringraziandola…)
A bon rènde… Ehh…sì, sono le belle cose che ci ha lasciato la guerra…!
FILUMÈ
Fosse noma il savone, e lo zucchero, e tüti gli autri tròn de nui, che a n’avesse lasciau a ghera… si poreeva anche metterci la firma…
Ma son altre… le cose düe da collà, de ‘sti tèmpi…!
Sèia, presèmpiu, Maddalè da Brüxâ a l’ha catau ina picciuna, bella, ma propriu bella…! Peò cun gl’ögli celèsti… propiu a Taggia… Figüaive in pocu vui…! U nu se sa chi seighe u paie…!
GIUANÉ
Oh, è couse vo dì…? Maie…, è dunde u stà u problema? Non sarà la prima volta che a Taggia nasce una picciuna da maie nubile e da paire incertu…!
FILUMÈ
U problema… il problema… u l’è che Maddalé nove mesi fa, in scià fin da ghèra, è stata asbrivàta in una stàla tütta ciena de surdatti… chi dixe lanzacanecchi, chi cursci, è chi dixe fia franzési…
Non si sa quanti ci siano passati…!
GIUANÉ
E’ certu… di chi vuoi che seghe, allantù, ‘sta pecciùna? …E’ la figlia d’un reggimento di franzesi…! (quasi continuando tra se e se…) Ina pecciuna in ciü, a Taggia, nu sereva in problema, ma certu cheee… biunda cun gl’ögli celèsti… a l’è sempre ina bèlla vergögna…!
(Quasi per mettere una pietra sopra questi brutti e dolorosi strascichi che le guerre lasciano sempre nei paesi, le lavandaie si rifugiano nel conforto dell’ironia popolare…e riprende il…)
CORO
O bele done, se avei de figlie,
ai cuntadin nu staireghe a dà,
s’aìssan prestu tüte e matìn,
e fan ciü ure che u resveglìn...
SECONDO QUADRO: ANNUNCIO
(Il canto viene interrotto da una di loro che…)
GIUVANÈ
Avei vistu chi stà arrivandu? (Intanto il"Bàti-crìa" arriva e prende posizione… ) Oh Menegò, cos’hai da declamarci ‘sta volta……!
BÀTI-CRÌA (Dopo un’occhiata severa intorno, srotola una pergamena, una strombazzata di corno…)
E gente i staghe tütte a sentì…
(… e inizia a declamare…)
Il Visconte Pietro Lascaris di Castellar, nobile della viciniora Provenza, è testé giunto in Tabia a chiedere la mano della marchesina Margherita, luce e delizia del nostro amatissimo signore e donno.
Con gli sponsali fra i due nobili casati è sancita la fine della turbinosa e sanguinosa guerra che ha messo nella sofferenza e nel lutto la laboriosa nostra gente…
Per tutti è l’ora dell’allegrezza e del giubilo. E’, per lo tanto, proclamata festa maxima in Tabia!
Così ha stabilito il nostro grazioso signore Marchese Curlo…

GIUVANÈ
(Rivolta alle compagne…)
Ah…! Allantù a l’ha trövàu da mòrde bèn a marchesina Margaita, ‘sta vôta…! Più bene di così non se la sarebbe potuta zögare!
Che tütte le rivàie da qui a Maberga erano le sue… e dei cavallanti che ce la dovevano menare…!
E ancû ciü bèn la sua “ancella”…, la sua serva, la nostra veglia amiga Lucia…che adesso non ci si més’cia più con noi… ormai siamo troppo in basso per lei, da quando ha assazzato il becco dei turli franzesi…
FILUMÈ (sorpresa…)
Vuoi dire che fino a Maberga andavano, le due muneghéte, per farsi mettere le mani incollo dai “mèrli gazuài” de Franza…?
GIUVANÈ
…E portargli mangiare e…bere… e fia… e fia… e fia caicos’autru, anche qualcos’altro…!
E allantù sono riuscite fina a farsi sposare, ‘ste due sgravaudüre …!
(Spontaneamente le lavandaie attaccano la canzone della “funtanèla”…le tre attrici la mimano anche in maniera un poco caricaturale, per divertire le amiche che la cantano, quasi un balletto buffo:
facendo una la mamma che ordina di andare a prendere l’acqua,
una la figlia che procedede verso la funtanella [lavatoio] ancheggiando e col secchio in testa, magari coll’asciugamano arrotolato come lo portavano le donne di una volta,
l’altra, infine, facendo il cavaliere, portandosi sulla parte alta del lavatoio, che la invita a gesti…)
CORO
E la mia maire l’è poverina,
di buon matino mi fa levar,
Me ne fa andare a la funtanèla
a pigliâ l’aiga pe fa mangiâ.
Apéna giunta a la fontanèla
e tütta l’aiga l’è sturbüâ…
Ma de de surva gh’è in cavaliere
che u dixe “o bèla muntai fin chi”…
TERZO QUADRO: LA TRESCA DI MABERGA
(E’ sopraggiunto intanto Giuanìn, l’uomo di fiducia del marchese, il “guardiano” della moralità della marchesina…)
LE DONNE
OH! Tau lì Giuanin....
GIUANÌN
Salve, belle zuvene…! Ma lo sapete che canzone state cantando, belle donne?
FILUMÈ (ironica…)
Gia! Perché l’hai messa insieme tu la canzone…! Non sai che l’abbbiamo inventata noi, proprio quest’anno, e qui al lavatoio?
Ae done ti nu ga a fai…!
GIUANÌN
Questa non la sapevo… (quindi facendo il finto tonto…) …e di cosa parla?
FILUMÈ (Sbottando, sentendosi presa in giro…)
Ma dai Giuanìn, nu stà a fa u scemu… non fare lo scemo! Chi meglio di te sa proprio bene come è andata? Perché non ti fermi un po’ con noi a contarne la storia della marchesina a Maberga, di quando ti scarozzavi la toa padrona (e l’autra aiga tranchìla de Lusì) a farsi sbattere in ti custi dell’Arbareo…
LE ALTRE (In coro…)
Dai Giuanin, conta, conta… fai il bravo! Non lo diremo a nessuno, ci secasse la lingua…
GIUANÌN (Dopo essersi fatto un poco pregare ma, soprattutto, dopo essersi fatto promettere dalle donne il mantenimento del segreto, attacca in stretto dialogo con le donne, che lo interrompono con frequenti esclamazioni e sottolineature…)
Dunca…
Proprio bene bene come sia avvenuto l’incontro non lo so manco me…
…per couse che chéla seia, salendo da Maberga, c’eravamo fermati un cincinino alla fontanella dell’Arbareo, a riposarci e a bere, che quell’acqua léggia…
…ma léggia, che fa bene a grandi e petiti…
…che qualcuno dice che è miracolosa perché sotto sotto riva fin lì dal bosco della Madalena, anzi è proprio quell’acqua che ha sarvato la santa quando è scapata dalle grinfie dei saraceni…
LE DONNE
E dai vieni al sodo!
GIUANIN
Stavo dixendo… che avendo persa di vista un attimo la mia padrona, perché m’ero infrascato con un cavagno a vedere se trovavo due cicalotti… quando son retornato alla vena ti vedo la mia padrona che schersava con un cavaliere foresto, un franzese, di quelli lì che parlano che sembra una presa in giro du nosciu dialettu…
E la mia padrona, che cuntinuava a daghe du “Sciâ”, tanto pe tegne e distanse, ma intanto a se lasciava appuggià e man in po’ dappertüttu… si lasciava toccheggiare praticamente dovunque…
Mi, vista sta cosa e far finta de nu vede ninte era un tutt’uno, anche perché non sapevo proprio a quali santi girarmi, perché u marchese, che per tüttu quantu u riguardava la sua “innocente” Margherita non era gàiri di buona mena, mi faceva tutte le volte le raccomandassioni di stare ben attento alla marchesina - perché son tempi mascalzoni! - u dixeva - in cui girano certe soldataglie foreste, con solo quella cosa lì nella testa…!
Ma intantu, vedendo sti dui zuveni così scherzusi e alegri, a nu mea sentivo propriu di drovire bocca per interrompergli i giochi amorosi…
FILUMÈ (si alza e fa alcune moine....)
Giochi amorosi? Li chiamano cosi i signori?
Che finessa, Giuanin, a nu te ricunusciu propriù ciü…! E’ dì che quarche manà a se l’amu daita anche nui, ma nu ti leî cuscì delicau cun mì…!
GIUANÌN (dopo un risolino accattivante, e magari una bonaria patta sul sedere di Filumé, prosegue…)
… Ah! Te lo ricordi ancora? Vuol dire che proprio male non era…! (poi riprendendo il racconto…)
Dicevo, che non savendo proprio come comportarmi dissi alla padrona di darmi un bramo quando aveva finito ed era pronta per andare…
E lì a nu ve dìgu quanti giri a cicalotti ho dovuto fare, che se l’era a stagion bona ne avrei encito dieci cavagni…
Che cosa musca abbiano combinato quei due io proprio bene non lo so... So noma che da quel giorno la contessina, un giorno sì e l’altro… anche, si sentiva un mancamento che dovevo subito portarla a bere alla vena dell’Arbareo, che non c’era come l’aiga miracolosa dell’Arbareo, bevuta direttamente sul posto, che la facesse stare subito bene…
E da quel giorno anche alla sua serva, la vostra amica, come si chiama quella…
LE DONNE
Lucia, Lucia!
GIUANIN
Lucia?
Si, quella lì…
Incominciò a far bene anche a essa l’acqua di quella vena, per via che il cavaliere c’aveva un “palafreniero”, come si chiama… uno scudiero, insomma, un servitore dagli occhi azzurri, cu nu l’era proprio da sbatte via…
Sicchè anche la nostra Lucia, ha cominciato proprio da quel giorno a beive anche v’ella e a parlare in francese, e più beveva e più parlava francese anche con me, e ha cominciato a darsi tante tante di quelle arie… cume se mì a nu a cunuscesse fin da picciuna… o cume se v’ella a nu cunuscesse ciü Giuanìn…!
“Giovannino, - a me dixeva – ma regardè di menare le mülò con un po’ più di gaibo, non vedi où mette i pié…il me fait ressautare tüt…”
Tutto lolì, tutto questo, solo per essersi fermati a bere una volta di troppo l’aiga da vena dell’Arbareo…!
E poi, detto tra noi (e che neanche l'aria ci senta...) u l'è ura de finìra con tutte ste vöie aristocratiche chi ne fan trottà sempre in longu e in largu per de cose che, giratela come volete, son le stesse cose che facciamo pure noi senza tanto sciaratto…e magari le facciamo anche meglio di loro…
A fin, a foua a l’è sempre chella, la favola è sempre la stessa: come diceva mio nonno Menegucciu, sono quelle cose lì (che hanno solo le donne) che… che, ben amministrate, alla fine muovono il mondo…
…E quelle due verginèlle, quelle due amighe (tale a padruna tale a serva), la Margherita e la Lucia, in quanto a piazzarsela bene, possono tener scuola a tutte voialtre…
(A queste ultime battute le donne ammutoliscono e sgranano gli occhi perché, non vista da Giuanìn, sopraggiunge la Lucia, che incede con molto sussiego, accompagnata da due servitori della marchesina andati a prelevarla per l’occasione… Le tre donne, senza farsi notare dalla Lucia, cercano a gesti e con gli sguardi di zittire e attirare l’attenzione di Giuanìn…).
LUCIA
Ma Giovannino? Parbleu, cosa tü fé ancora ici? Non dovresti ser dal tuo patron... ?
LE LAVANDAIE (Quasi all’unisono con evidente presa in giro…)
Ma Giuanìn, par blö, cosa il fait ancora lì, non dovresti essere a menar le tolle con la tua padrona... ?
GIUANIN (Confuso… balbettando…)
Io…io…io stavo giusto dixendo alle vostre amiche che stanno rivando due franzesi, a pagare un ricchissimo spaudo per potersi portare nelle lontane terre di Franza i due più bei fiori del giardino di Tabia…

LUCIA
(Continuando a salire, e con un gesto di disprezzo, all’indirizzo delle lavandaie…)
Vien icì, Giovannino, donne muà le ton fort bras, che la route l’è tout cassé… lassé perdre le males femmes…
SEMPRE LE LAVANDAIE (a cantilena…)
Giuanìn, roulé prest, che la dame la può tombé en la rut…!
(Giuanìn accorre al fianco di Lucia e, a braccietto, se ne entrano nella piazza. Le lavandaie attaccano…).
CORO
Non ho né tazza e né bichiere
da dar da bere a sto cavalier.
E nu l’è l’aiga che mi vurìa
sulu ina nöite a durmì cun tü…
Cha la me scuse bel cavaliere
che a la me maire…
FILUMÈ
Sitte! Sitte!
Zitte un’attimo…!!!
(Si sente un canto che s’avanza nel caruggio…)
TUTTE (Quasi all’unisono…)
I franzesi…!!! I franzesi…!!!
(…e sbuca sulla piazza, cantando, l’allegra brigata, dei francesi che, viste le lavandaie lì sotto, si volta verso loro e finisce la canzone che stava cantando, quasi a volerla loro dedicare, con gesti di simpatia e di saluto alzando entrambe le braccia…).
Contemporaneamente arriva sulla piazza il marchese Curlo e tutti i nobili che stazionavano ivi, intenti in discreti conversari, prendono ordinatamente posto dietro la famiglia Curlo, rivolti alla piazza, pronti a ricevere gli “Occitani”.
(Finito il canto, i francesi si inchinano, con ampi sorrisi e segni di antusiasmo, a manifestare grande amicizia verso il popolo tabiese, per significare che, per loro, le vecchie rivalità che li hanno portati in guerra, sono definitivamente superate….)
Per tutta risposta, a contraccambiare l’omaggio canoro, le lavandaie si interrogano con gli occhi e…
FILUMÈ
A ghe damu cun chela?
Dai, attacca…!
CORO
O bele done, se avei de figlie,
ai franzesi daighere ancù,
se se marìan nu fan mancà rèn,
ai franzesi vuremughe bèn…!
(… e rispondono con inchini, sorrisi, braccia in alto in segno d’accoglimento e di benvenuto).
QUARTO QUADRO
L’ARRIVO DEL VISCONTE DI CASTELLAR
(Il gruppo dei francesi entra nella piazza, invitato dal Maestro delle Cerimonie che nel frattempo s’è avanzato ad accoglierli, e li dispone di fronte alla nobiltà tabiese).
MARCHESE CURLO
Benvenuto illustre Visconte Lascaris dei Castellar, Tabia tutta attendeva con trepidazione il vostro arrivo, e vi offre un caloroso accoglimento.
La vostra presenza ci allieta per la ritrovata fratellanza, dopo che una guerra ingiusta, da nessuno auspicata, ha visto le nostre terre e la nostra gente immerse nel lutto e negli orrori della guerra.
VISCONTE LASCARIS DI CASTELLAR (risponde in patuà nizzardo, deformato verso l’italiano…)
Grazie vostra signoria illustrissima, marchese Cürlò, il nostro animo è commosso nel veder cotesta vostra graziosa cittade, da noi lasciata dolorosamente in armi, imbandierata a festa per il nostro arrivo.
Mi scuso con Vossìa per la nostra scarna conoscenza del vostro bellissimo idioma, per questo ho delegato, a rappresentare i nostri sentimenti ed i nostri intenti, il fido scudiero Messer Guillaume De Raybaut …
GUILLAUME DE RAYBAUT
(Fa una traduzione dal “franco-italianizzato” all”italo-francesizzato” di quanto detto dal Lascaris e aggiunge…)
Il mio signore, a simbolo della ritrovata fratellanza tra la nostra gente, spera giunga a voi gradito un canto “occitano”, cantato da noi medesimi…
(E rivolto al suo gruppo…)
Canten toui ensen … !
CORO OCCITANO…
GUILLAUME DE RAYBAUT (Finito il canto… introduce allo “Spaudo” con poche acconce parole…)
Nobilissimo Marchese Cürlò, siamo qui a reclamare quanto già ci appartiene e ci domina nei sentimenti, ben coscienti, però, dover pagare un’adeguato spaudo per sottrarre alla gioventù del marchesato due sì preziosi gioielli come la marchesina Margherita e la sua preziosa ancella Lucia…
(Si fa avanti dal gruppo francese un servitore negro con due sacchetti s’un cuscino…
Il Visconte prende un sacchetto, e Gaston l’altro, e, su invito (gestuale) del Maestro delle Cerimonie, lo consegnano a mano di due giovani venuti a schierarsi in prima fila in mezzo ai due archibugeri.
Allora il Marchese prende Margherita e la “consegna” al Visconte, dopo averlo abbracciato TRE volte.
Similmente il Maestro delle Cerimonie prende Lucia e la “consegna” a Guillaume De Raybaut , ovviamente SENZA abbracci rituali).
IL PRELATO DI CASA CURLO
(S’avanza, mette le mani nella mano delle due coppie e invoca…)
Voglia il Signore prendere sotto la sua tutela e benevolenza il futuro e la felicità di queste due giovani coppie che, pur in tempo di odio e guerra, con i loro giusti sentimenti hanno saputo ricostituire per tutta la nostra operosa comunità l’amore e l’amicizia indispensabili alla pace e alla prosperità nelle nostre terre…
IL MARCHESE CURLO
Nobilissimo figlio dei Lascaris di Castellar, da oggi anche figlio nostro e di Tabia tutta, vi ho testé affidato il futuro e l’onore della nostra unica figlia Margherita, sappiate difenderlo e custodirlo come noi l’abbiamo, sino ad oggi, conservato e custodito per affidarlo a voi!
Che gli sponsali tra le due famiglie allontanino per sempre lo spettro delle guerre fratricide tra le genti d’Italia e di Franza…
Vogliate ora seguirci, per un’agape di riconciliazione, nel nostro palagio che, da hodie et per sempre, è diventato anche vostro confortevole albergo, et familiare ritiro…
(Quindi invita, a gesti, i francesi a seguirlo… mentre il Maestro delle Cerimonie invita al giubilo: spari, evviva, capelli in aria, battimani…
I nobili occitani e i tabiesi si scambiano contenuti abbracci…
Il mini-corteo che esce di scena tra i battimani è costituito da:
· Maestro delle Cerimonie
· due o tre paggetti
· le tre coppie (Marchese Curlo, Visconte Lascaris, Gaston de Benòis)
· Il Prelato
FINE
* * *